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Mario Bava dà il la, con questo smisurato masterpiece, a un nuovo filone cinematografico, il pulp; non siamo negli anni novanta, non siamo negli States e Tarantino si faceva ancora soffiare il naso da sua madre.
È il 1974 e quattro banditi irrompono in una fabbrica, in cui lavorano 500 persone che aspettano dopo un mese di gesti ripetitivi e mortificazioni di vario tipo quello stipendio per cui si lasciano calpestare i diritti da arroganti industrialotti nascosti dietro a una giacca e una cravatta di buona fattura.
Gli stipendi cadono così nelle mani dei delinquenti che lasciano sul campo una guardia giurata, un loro compagno di avventura e una sfortunata ragazza ferita a morte dalla mano lesta di Bisturi e del suo coltellaccio, più affilato di un filo d'erba, più appuntito di uno spillo.
I banditi nel frattempo prendono in ostaggio una donna, Maria, amica di shopping della biondina sgozzata, e intraprendono così, dopo aver sequestrato la macchina e il suo conducente, Riccardo (Riccardo Cucciolla) - un bel signore di mezza età, ben vestito, con un bambino malato - il loro folle viaggio verso la speranza, quella speranza di vivere con un bel po' di soldi in tasca da spendere, da sbattere in faccia a una società che li ha sempre rinnegati.
I tre banditi si chiamano ''il Dottore'' (Maurice Poli), ''Bisturi'' (Don Backy) e ''Trentadue'' (Luigi Montefiori): non si sapranno mai i loro nomi reali, antesignani di mister Pink, mister Orange e gli altri cani da rapina del talentuoso Quentin. I loro soprannomi disegnano perfettamente le loro personalità. Il film è agile e imprevedibile, i dialoghi sui minimi sistemi, che talvolta arrivano ai limiti dell'inverosimile efficacemente ripresi anni dopo da Tarantino e soci, acquisiscono autorevolezza tra le maglie di un contesto scelleratamente originale; il montaggio invece incespica un po' nel primo quarto d'ora, mentre il soggetto vola immediatamente su livelli altissimi.
Mario Bava dirige a modo suo un fantastico concerto di violenza e nonsense, di crudeltà e degrado, della società normale contro quella senza regole dei delinquenti, "noi contro loro", completando l'opera con momenti di terribile bellezza e disarmante umiliazione: come dimenticare Maria detta Greta Garbo, l'ggio, costretta a mingere in piedi, dopo essersi tolta le mutandine, davanti agli occhi felici dei suoi aguzzini, oppure il bambino malato usato come posacenere da Bisturi.
Il cast non è composto da nomi di prima fascia: Cucciolla, Montefiori e Eastman sono attori alla Merli o alla Milian, ma il regista non punta sul nome ma sul prodotto nel suo insieme: il film non ha bisogno di primedonne per riuscire, e sulla stessa linea è anche la OST di Stelvio Cipriani, mai invadente e sempre calibrata.
Ma una citazione particolare merita Lea Lander, bella e brava, il cui grosso merito non si limita all'intensa interpretazione di Greta Garbo, ma si concretizza venti anni dopo anche con il lavoro di recupero della pellicola girata da Mario Bava e disgraziatamente mai uscita nelle sale cinematografiche per problemi legati alla produzione.
Uno di quei lavori che lasciano il segno. |
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